Sto sempre male,
non so più che fare.
Mi tremano le mani,
mi si rivoltano le budella.
Mi viene la cagarella.
Non mi reggo in piedi.
Mi vorrei suicidare,
ma penso basti aspettare.
Mesi, settimane, ore.
Quello che conta è il terrore.
Sento dolore in ogni dove,
senti degli aghi trafiggermi.
Sento una fitta irradiarsi
dai piedi all’intercostale.
Neanche fossi sotto agopuntura cinese.
È una condizione continua,
non faccio in tempo
a guarire da un qualcosa,
che mi ammalo ancora.
Credo sia fisiologico.
Credo sia sfighilogico.
Credo sia una catena di sant’antonio
e io ne sono socio onorario.
Io non so dove sbattere la testa.
Penso che in me qualcosa non vada più.
Ma i medici mi dicono vada a casa,
lei è sano come un pesce,
dalle analisi non risulta niente.
Al pronto soccorso non torni più.
Ma io sto male, ci vedremo al mio funerale.

“Non c’è solitudine più grande di quella di chi sta male, va dal medico e si sente dire che è tutto a posto, mentre dentro di sé sente il mondo che si sgretola.” — Una riflessione sul cortocircuito tra gli esami perfetti (“sano come un pesce”) e la realtà insopportabile del dolore vissuto sulla propria pelle.




